Cosa conduce al cambiamento in psicoterapia?

Proviamo a rivedere quel che accade effettivamente in una seduta terapeutica (e, in questo caso, farò riferimento a quello che io vedo o sento accadere nelle sedute da me condotte). Condizione preliminare e/o necessaria per il cambiamento è una diversa comprensione emotiva  della propria posizione nel sistema di appartenenza. Questo vale sia per il terapeuta, sia per i pazienti. Questa comprensione emotiva non è la stessa cosa del diventare coscienti delle proprie emozioni. Non si tratta di “cognitivizzare” le emozioni, ma di esperirle in maniera diversa. Probabilmente, il meccanismo è ubiquitario, nel senso che agisce in tutte le terapie . Ciò ha un’implicazione forte: il tono emotivo nella seduta (nel qui e ora): conta più, o almeno altrettanto, delle eventuali ristrutturazioni cognitive. M’importa di più, oggi, il cambiamento di tono emotivo che non il cambiamento delle sequenze di comportamento. Perché i comportamenti possono benissimo cambiare senza che cambino le emozioni prevalenti nel sistema di riferimento ,ed è quanto ho visto avvenire in più d’un caso. È possibile, allora, che il tono diverso non sia una precondizione per il cambiamento “vero” (che in questo caso sarebbe pur sempre una ristrutturazione cognitiva o un cambiamento di sequenze di comportamento), ma sia il cambiamento in sé. Oppure potrebbe essere così in certi casi, e in certi altri il cambiamento emotivo potrebbe essere connesso in modo variabile ad altri cambiamenti. A sua volta, il cambiamento di tono emotivo dei pazienti è connesso inestricabilmente al cambiamento del tono emotivo del terapeuta (se cambia il tono emotivo del terapeuta cambia quello dei pazienti e/o viceversa ,le emozioni vengono e vanno sempre da qualche parte). Il che apre una serie d’interessanti possibilità: il tono emotivo del terapeuta è l’indizio di ciò che quest’ultimo vuole far accadere in terapia? Può il terapeuta postmoderno riuscire a non avere una posizione emotiva rispetto ai suoi desideri nella terapia?

Alcuni autori  descrivono gli apprendimenti come gerarchicamente concatenati; il deutero-apprendimento ha particolare interesse per la psicoterapia perché consente una modificazione comportamentale, emotiva ma anche epistemologica sulla base dell’esperienza. “Sono questi i fenomeni soggiacenti al transfert, cioè l’attesa da parte del paziente che la relazione con il terapeuta contenga gli stessi tipi di contesti di apprendimento che egli ha incontrato in precedenza nei rapporti con i genitori”.

 Le persone attraverso la relazione e l’attività terapeutica deutero-apprendono un nuovo modo di essere e pensare costruendo così nel tempo se stessi.

Nel caso della terapia sistemica, allora , il punto specifico è il valore contestuale delle emozioni, che sono influenzate in modo determinante (e a loro volta influenzano) dal contesto e dal sistema in cui si trovano. Se consideriamo le emozioni come processi interpersonali, non possiamo vederle come “oggetti” che occupano uno spazio all’interno delle relazioni, ma piuttosto come modi di stare in relazione. Il cambiamento in terapia, allora, può essere un cambiamento del tono emotivo delle relazioni, che implica anche un vivere le emozioni in modo maggiormente relazionale. Il senso (vissuto) delle emozioni diventa un senso relazionale. Io amo dire che ogni emozione viene da qualche parte e va da qualche parte, il che significa che ogni emozione che sentiamo origina da qualche forma d’interazione, comprese quelle che viviamo nei nostri dialoghi interni , e si rivolge, più o meno esplicitamente, a qualche altra interazione. Il senso che cerco di dare alle emozioni non è un senso “interiore” o privato, ma piuttosto un senso che prende in considerazione il sistema allargato, gli scambi emotivi che (ipotizzo) avvengono in esso, e il modo di circolare delle emozioni entro questo sistema. La mia aspettativa, allora, è che le persone sentano maggiormente la loro appartenenza a sistemi complessi e interpersonali (intersoggettivi?), e siano anche maggiormente consapevoli della loro “natura sistemica”. Qui il pregiudizio è che più si sente la propria interdipendenza, meglio si sta. Pregiudizio di scuola e di pensiero, non dimostrabile empiricamente, ma per me sempre valido.

Se l’obiettivo diventa un cambiamento di esperienza emotiva, è impossibile essere primariamente strategico. Nel senso che io posso essere strategico in determinati momenti, voler arrivare da qualche parte in un certo momento, ma se il mio obiettivo finale è quello di cambiare un’esperienza emotiva, non posso dare alla mia terapia obiettivi definiti. Non posso decidere che mi porti esattamente da qualche parte, perché proprio “l’esattamente da qualche parte”, quando si parla di esperienze emotive, non è attingibile. Se considero l’evoluzione nel tempo di un sistema terapeutico, specie se ne sottolineo i risvolti emotivi, devo accettare di avere su di esso un controllo minimo. Nessuno può prevedere le esatte caratteristiche di una nuova relazione: le conseguenze del cambiamento terapeutico sono al di fuori delle mie capacità predittive. Posso soltanto monitorare l’evoluzione al meglio possibile, centrando l’attenzione, volta per volta, su di me, sui pazienti, su come progredisce la relazione. Piuttosto di controllare le mie emozioni (che è  impossibile), posso rivalutare costantemente le mie e quelle degli altri , la partecipazione di ciascuno al sistema. Allo stesso tempo, se voglio che la relazione sia emotivamente abbastanza significativa da portare un cambiamento, la mia iniziativa non basta, e i pazienti devono partecipare, dando importanza ai miei atteggiamenti, e anche alle mie parole.

Resta che sperimentare o esprimere emozioni non è un fattore di cambiamento in sé. Credo che sia il trovare una diversa comprensione della propria posizione emotiva nel sistema possa condurre a un diverso stato emotivo (un modo diverso di sentire le proprie emozioni). Penso che ciò che dovrebbe accadere è una consapevolezza del processo attraverso cui le emozioni appaiono, sono sentite, e sono condivise in un contesto relazionale.

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