Psicoterapia Sistemico Relazionale e Cambiamento

Cosa significa Cambiamento e cosa intendiamo quando ci riferiamo al cambiamento in psicoterapia Sistemico Relazionale?

Possiamo  distinguere tipi diversi di cambiamento: possiamo pensare, banalmente, alla scomparsa di un sintomo, o alla soluzione di problemi presentati dai pazienti, che sembra la stessa cosa, ma è sottilmente diversa, per la scomparsa della connotazione medica del “sintomo”; oppure a un cambiamento comportamentale, o anche al cambiamento di pattern interattivi. Ma possiamo anche pensare al cambiamento di una struttura profonda della personalità, a un cambiamento del modo di stare con gli altri (atteggiamento relazionale), oppure a un cambiamento delle premesse implicite , all’emergere di nuove narrazioni, a un cambiamento di linguaggio, o, infine, a un cambiamento dello stato emotivo. Possiamo, poi, distinguere queste varie versioni del cambiamento in più d’un modo. Prima di tutto, per il grado d’inferenza richiesto dalla definizione. Scomparsa di sintomi, cambiamenti comportamentali, soluzione di problemi, e anche modifica di pattern, si riferiscono tutti a variabili osservabili e valutabili da un osservatore esterno con relativa facilità , purché sintomi, problemi, pattern, e così via, siano stati preventivamente definiti in modo preciso. Gli altri tipi di cambiamento presuppongono, invece, inferenze di ordine diverso: strutture profonde, premesse, sistemi di significato non sono osservabili e richiedono quindi un accordo e un’accettazione della natura congetturale di che cosa sia un cambiamento.

Un’altra possibile distinzione è fra cambiamenti prevalentemente comportamentali, cognitivi o emotivi.

Le terapie sistemiche sono tutte centrate sul cambiamento, e anche sul produrlo nel tempo più breve possibile. Ma come, dove e quando il cambiamento abbia luogo è una domanda che sembra perdersi nella letteratura.

Jay Haley e Paul Watzlawick, esponenti storici della terapia sistemico-strategica, indicano come obiettivo della terapia la remissione del sintomo, che si realizza inducendo un cambiamento attraverso la prescrizione di compiti e rituali. Haley definisce la terapia strategica come un processo in cui “il terapeuta mantiene l’iniziativa di tutto quello che si verifica nel corso della terapia ed elabora una tecnica particolare per ogni singolo problema” . Watzlawick  si occupa di individuare tecniche specifiche di cambiamento, basate innanzi tutto su un linguaggio che definisce come proprio dell’emisfero cerebrale destro, capace di raccogliere l’esperienza in un’immagine, impedendo la rigida razionalizzazione propria del linguaggio dell’emisfero sinistro. La tecnica terapeutica si basa pertanto sull’utilizzo di un linguaggio ricco di metafore e immagini, accompagnato da prescrizioni di comportamento specifiche.

La terapia breve orientata alla soluzione fondata da Steve De Shazer nasce dal contesto delle terapie strategiche ma cerca di conciliare le tendenze manipolative di quest’ultime con l’idea che i clienti “ne sanno di più”. Il processo terapeutico non è valutativo né diagnostico, ma puramente curativo; non è importante determinare i problemi ma aiutare i clienti a trovare le proprie soluzioni. Secondo De Shazer la chiave della psicoterapia breve è “utilizzare ciò che i pazienti portano con sé per aiutarli ad appagare i propri bisogni in modo che possano rendere le proprie vite soddisfacenti”.

L’accento cade, ancora una volta, sul linguaggio, il sistema è per de Shazer un sistema linguistico e le parole sono l’elemento più importante della transazione terapeutica. Non s’ignorano espressamente gli elementi non verbali ,comprese le manifestazioni emotive , ma divengono semplicemente elementi contestuali delle parole, e non una sorta di codice segreto da interpretare. Le emozioni sono semplicemente un gioco linguistico come un altro, e il cambiamento dipende da come si modifica la conversazione. Analoga la posizione dei fondatori della terapia conversazionale, Anderson e Goolishian , che vedono il cambiamento come un cambiamento puramente linguistico, in cui l’andamento della conversazione modifica il “sistema linguistico”, dissolvendo la nozione stessa di problema. Uno degli agenti più potenti di cambiamento è proprio in quelle che definivamo “parole chiave”, cioè ,ancora una volta , parole con un alto contenuto metaforico e performativo. La terapia narrativa si pone come obiettivo il generare e sviluppare nuove storie e modi di interpretare gli eventi per dare un senso alle loro esperienza. All’interno della relazione psicoterapeutica si viene a creare tra paziente e terapeuta una polarità narratore-ascoltatore della narrazione, che necessita dell’intenzionalità di entrambi per dar vita a una costruzione narrativa che li coinvolga in quanto attori della relazione.

Dalla terapia narrativa, separando problema e persona, anche tecnicamente oggettivando il problema sulla carta tramite le lettere rivolte ai pazienti , nasce una delle metafore pervasive degli ultimi decenni: la terapia come testo. Le storie non sono semplici descrizioni della vita, ma veri e propri strumenti di strutturazione e significazione della vita passata, presente e futura. Ci si concentra, ancora una volta, su discorsi, testi, parole. Si può ben dire: tutta la terapia sistemica concorda sull’idea che il cambiamento sia un fatto linguistico. E forse non è il caso di sottovalutare l’impatto della parola , perché, dopo tutto, la definizione originaria della psicoterapia allo stato nascente fu talking cure . Allo stesso tempo, però, è come se in tutta quest’enfasi sulle parole ci fosse qualcosa che non quadra bene. Le parole, il testo, la narrazione, sono certo punti essenziali, irrinunciabili, della terapia, ma non sono la terapia in quanto tale. Qui può essere interessante osservare un ripensamento tardivo di Boscolo medesimo. “Il cambiamento più importante per noi anche dal punto di vista tecnico, è stato quello dell’uso delle emozioni, cioè della scoperta delle emozioni e della loro importanza. (…). l’idea che è sempre stata più confermata è che la strada migliore verso il cambiamento è quella delle emozioni più che quella della presa di coscienza. (…) e le emozioni possono essere messe anche in relazione al discorso dell’empatia, sono l’empatia. Il terapeuta che ha delle emozioni le mette a disposizione del paziente per permettergli di pensare a che cosa può sentire”.

In generale si è sempre pensato che il cambiamento, a livello emotivo, fosse in qualche modo una condizione per il vero cambiamento. Spesso si sostiene che l’esperienza emotiva correttiva sia necessaria per la soluzione dei problemi. Da questo punto di vista, le strade alternative dell’azione e della comprensione agirebbero in modo simmetrico, ma dopo tutto simile. Nella prima, bisogna far agire, e l’azione produce il cambiamento, e, come effetto quasi collaterale, anche il cambiamento affettivo. Per far agire, è necessario creare una relazione terapeutica positiva. Nella seconda strada, quella batesoniana della comprensione, attraverso la comprensione possono cambiare le azioni. Ho qui cercato di capovolgere il ragionamento. Forse l’importante è un cambiamento di tono emotivo. In questo senso, cambiare le emozioni non è strumentale: non cambio le emozioni per ottenere un risultato, né per risolvere un problema. L’essenziale non è risolvere il problema, ma che la mia esperienza emotiva, la mia esperienza di me, cambi attraverso la risoluzione di quel problema. In questo senso il problem solving potrebbe essere considerato strumentale a un cambiamento delle emozioni. C’è da chiedersi se l’idea dell’esperienza emotiva correttiva possa essere letta in questo modo: il problem solving può essere uno dei modi attraverso i quali io attingo quest’esperienza. In ogni caso, se l’obiettivo diventa un cambiamento di esperienza emotiva, è impossibile essere primariamente strategico. Nel senso che io posso essere strategico in determinati momenti, voler arrivare da qualche parte in un certo momento, ma se il mio obiettivo finale è quello di cambiare un’esperienza emotiva, non posso dare alla mia terapia obiettivi definiti. Non posso decidere che mi porti esattamente da qualche parte, perché proprio “l’esattamente da qualche parte”, quando si parla di esperienze emotive, non è attingibile.

Se considero l’evoluzione nel tempo di un sistema terapeutico, specie se ne sottolineo i risvolti emotivi, devo accettare di avere su di esso un controllo minimo. Nessuno può prevedere le esatte caratteristiche di una nuova relazione: le conseguenze del cambiamento terapeutico sono al di fuori delle mie capacità predittive. Posso soltanto monitorare l’evoluzione al meglio possibile, centrando l’attenzione, volta per volta, su di me, sui pazienti, su come progredisce la relazione. Piuttosto di controllare le mie emozioni (che è, strictu sensu, impossibile), posso rivalutare costantemente le mie e quelle degli altri , la partecipazione di ciascuno al sistema. Allo stesso tempo, se voglio che la relazione sia emotivamente abbastanza significativa da portare un cambiamento, la mia iniziativa non basta, e i pazienti devono partecipare, dando importanza ai miei atteggiamenti, e anche alle mie parole.

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